Home MateriaBiologiaApprofondimenti Il paradosso di Fermi
Alieno

Introduzione

Il sorge nel contesto di una valutazione della probabilità di entrare in contatto con forme di vita intelligente extraterrestre.

Si riassume solitamente nel seguente ragionamento: dato l’enorme numero di stelle nell’universo osservabile, è naturale pensare che la vita possa essersi sviluppata in un grande numero di pianeti e che moltissime civiltà evolute siano apparse durante la vita dell’universo. Da tale considerazione nasce la domanda:

«Se l’Universo e la nostra pullulano di civiltà sviluppate, dove sono tutte quante?»

oppure:

«Se ci sono così tante civiltà evolute, perché non ne abbiamo ancora ricevuto le prove, come trasmissioni radio, sonde o navi spaziali?»

Questo quesito serve di solito come monito alle stime più ottimistiche dell’equazione di Drake, che proporrebbero un universo ricco di pianeti con civiltà avanzate in grado di stabilire comunicazioni radio, inviare sonde o colonizzare altri mondi.

Il ragionamento

L’essenza del ragionamento è che, qualunque specie intelligente si evolva fino al nostro livello presente di civiltà, sarà in grado, nell’arco di pochi secoli, di sviluppare una tecnologia spaziale tale da permetterle di diffondersi nella Galassia o direttamente per mezzo di astronavi con equipaggi o inviando in esplorazione sistemi robotici computerizzati.

L’esplorazione per mezzo di robot sarebbe economica ed efficace perché  un robot che arrivasse su un nuovo sistema planetario, sarebbe in grado di utilizzare materie prime estratte dalla fascia di comete e pianeti, per costruire nuove sonde, repliche di se stesso, da inviare in esplorazione di altri sistemi planetari. Una combinazione di computer e di razzi anche solo di poco più avanzati di quelli moderni, permetterebbe a una qualsiasi specie intelligente di esplorare l’intera Galassia, usando velocità molto inferiori a quella della luce, in meno di 300 milioni di anni circa. Il nostro sistema solare ha già quasi 5 miliardi di anni e l’intera Galassia ne ha almeno il doppio. Perciò  “se esistessero sarebbero già qui”.

Questo non è un vero paradosso ma un’opinione che potrebbe essere confutata, per esempio chiedendosi se qualsiasi specie intelligente dovrebbe preoccuparsi di esplorare ogni pianeta, o se eventuali esseri intelligenti che ci avessero osservato dovrebbero necessariamente essere disposti a farci conoscere la loro esistenza.

Le ricerche attuali

Dal 1950 ad adesso, molti scienziati hanno proposto una grande quantità di soluzioni al paradosso di Fermi. Una delle più note è arrivata da Carl Sagan, che, insieme a William Newman, in un articolo del 1981 disse che dovevamo solo avere pazienza. Nessuno ci ha visitato perché sono tutti troppo lontani; affinché si evolva una specie abbastanza intelligente da inventare viaggi interstellari ci vuole tempo, e altro tempo ancora perché quella specie si diffonda in così tanti mondi. Nessuno è ancora arrivato.

Qualcuno sostiene che le specie con buone capacità tecnologiche, quando emergono, si autodistruggono rapidamente. Altri ancora suggeriscono che gli potrebbero averci visitato in passato, o che ci stiano evitando di proposito, essendo abbastanza intelligenti da diffidare di tutti gli altri. Forse la risposta più pessimista è un fondamentale articolo  del 1975, in cui l’astrofisico Michael Hart dichiarò che l’unica ragione plausibile per cui nessuno ci ha visitato è che in realtà là fuori non c’è nessuno.

La questione di quanto facilmente possa essere colonizzata la galassia ha avuto un ruolo centrale nei tentativi di risolvere il paradosso di Fermi. Hart e altri hanno calcolato che una singola specie spaziale potrebbe popolare la galassia in pochi milioni di anni, forse anche in soli 650.000 anni. Data la relativa facilità con cui dovrebbero diffondersi, la loro assenza indica che non devono esistere, secondo Hart.

Anders Sandberg, futurologo del Future of Humanity Institute all’Università di Oxford, che ha studiato il paradosso di Fermi, ha detto di pensare che le navicelle spaziali diffonderebbero le civiltà più efficacemente dei moti stellari. “Ma il rimescolamento delle stelle potrebbe essere importante”, ha scritto in un’e-mail, “poiché è probabile che diffonda sia la vita, attraverso la panspermia locale (la diffusione dei precursori chimici della vita), sia l’intelligenza, se è davvero così difficile percorrere lunghe distanze”.

Adam Frank pensa che un nuovo articolo dia speranza a chi, come il SETI, cerca forme di vita intelligente. Lui e Wright dicono che ora dobbiamo cercare più intensamente eventuali segnali alieni, cosa che sarà possibile nei prossimi decenni quando telescopi più sofisticati punteranno sulla panoplia degli esopianeti e cominceranno a intravederne le atmosfere.

“Stiamo entrando in un’epoca in cui avremo dati reali rilevanti per la vita su altri pianeti”, ha detto Frank. “Non poteva esserci un momento più rilevante di questo.”

Seth Shostak, un astronomo del SETI Institute che ha studiato il paradosso di Fermi per decenni, pensa che a spiegarlo possa essere da qualcosa di più complesso della distanza e del tempo, come la percezione.

Forse non siamo soli e non lo siamo stati. “I coleotteri nel mio giardino non si accorgono di essere circondati da esseri intelligenti, cioè i miei vicini e me – dice Shostak – ma siamo comunque qui.”

Il progetto SETI

SETI, acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre), è un programma dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, abbastanza evoluta da poter inviare segnali radio nel cosmo. Il programma si occupa anche di inviare segnali della nostra presenza ad eventuali altre civiltà in grado di captarli (SETI attivo).

Il SETI Institute, proposto nel 1960 da Frank Drake (tuttora uno dei suoi direttori), è nato ufficialmente nel 1974. È un’organizzazione scientifica privata, senza scopi di lucro. La sede centrale è a Mountain View, in California.

SETI è un progetto molto ambizioso ed estremamente complesso: la nostra galassia, la , è grande 100000 al e ha una massa compresa fra i cento e i duecento miliardi di masse solari. Considerando che la dimensione media delle stelle è di 0,5 masse solari , essa potrebbe contenere anche oltre trecento miliardi di stelle: per questo scandagliare l’intero cielo alla ricerca di un segnale distante e debole è un compito arduo.

Video di spiegazione

Video dal SETI Institute:

 

Fonti:

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